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Parla Schmitt: “Il diritto internazionale e la guerra”

Il 2023 è iniziato e dietro di sé si chiude il 2022, il quale verrà ricordato – con buone probabilità – come l’anno in cui la Russia ha invaso militarmente l’Ucraina: un’operazione bellica ancora in fase di sviluppo. La guerra nell’Europa orientale ci pone nuovamente dinanzi ad un dilemma che attanaglia l’ordinamento internazionale: i conflitti bellici possono essere realmente eliminati oppure sono destinati ad accompagnare la storia delle civiltà? Il diritto internazionale quale funzione detiene?

Le strade, a questo punto, si dividono e compaiono due tesi fondamentali: la prima – supportata da noti giuristi come Hans Kelsen – si pone l’obiettivo di conseguire una pace mondiale stabile segnata da un’eliminazione completa delle guerre nel mondo; la seconda – prospettata da giuristi come Stefano Pietropaoli sulla scorta delle opere di Carl Schmitt – considera il diritto internazionale come uno strumento volto alla limitazione, nonché alla razionalizzazione, della violenza bellica.

In altri termini, quest’ultima tesi si impegna a contenere le conseguenze devastanti e distruttive che possono generarsi dalle guerre, qualunque esse siano. Uno sguardo realista potrebbe notare che ogni intento indirizzato all’eliminazione della guerra rimane contenuto in un campo esclusivamente teorico, mentre, sul piano pratico, fornisce la causa legittimante per condurre operazioni militari di notevole rilievo contro i “perturbatori della pace” (pensiamo, ad esempio, alla Serbia, alla Libia, all’Iraq, alla Siria ed all’Afghanistan). 


Grazie ad un’analisi più approfondita scopriamo che gli Stati Uniti d’America hanno condotto – dalla loro fondazione (1776) – più di duecentocinquanta guerre d’aggressione in tutto il mondo: un veloce calcolo matematico ci consegna la media di una guerra ogni sei mesi. Sorge, a questo punto, un certo criticismo nei confronti di coloro che si ergono a gendarmi della pace mondiale perché concetti politicizzati come “guerra”, “pace”, “diritto”, “Stato democratico”, “Stato autoritario” etc. non sono neutri e validi universalmente, ma rappresentano contenitori di volta in volta riempibili a piacimento che seguono la visione politica e culturale della potenza dominante di turno (Caesar dominus et supra grammaticam: il vincitore domina e controlla anche il linguaggio adoperato).

Visione che – se avanzata dall’Occidente americano – segue l’ideologia liberaldemocratica, non necessariamente adatta ad applicarsi indistintamente a tutti i paesi del mondo. La definizione della terminologia giuridica è di vitale importanza perché costituisce il punto di partenza per ogni ulteriore sviluppo. La tradizione giuridica europea, partendo da Ugo Grozio (fondatore del diritto internazionale moderno), considera il diritto internazionale come “diritto di guerra e di pace” (jus belli ac pacis).

Ecco, dunque, il presupposto: la guerra non è “estranea” all’ordine internazionale ma rappresenta una sua – per quanto deprecabile – eventualità. A significare che l’ordine può garantire la possibilità di ritornare alla condizione normale rappresentata dalla pace. Questo, però, non può avvenire se il diritto internazionale stesso diviene strumento al servizio di singole potenze mondiali pubbliche e/o private: ogni politica si contraddistingue in base alla designazione di precisi amici e nemici.

“Ci si erge a tribunale senza cessare di essere nemici. L’istituzione di tribunali rivoluzionari e di corti di giustizia popolari non vuole attenuare l’orrore, ma acuirlo. Le diffamazioni e discriminazioni legali pubbliche, le liste di proscrizione pubbliche o segrete, il dichiarare qualcuno nemico dello Stato, del popolo o dell’umanità non hanno il senso di conferire all’avversario lo status giuridico di nemico nell’accezione di parte belligerante. Intendono, al contrario, toglierli anche quest’ultimo diritto. Hanno il senso di una totale privazione di diritti in nome del diritto. L’ostilità diviene a tal segno assoluta, che persino l’antichissima, sacrale distinzione di nemico e criminale si dissolve nel parossistico convincimento del proprio diritto”. (Carl Schmitt. Ex Captivitate Salus. Adelphi, pp.59-60).

L’eventualità prospettata dall’autore citato pare riproporsi con le ultime affermazioni del Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen: processare la Federazione Russa ed il suo capo di Stato Vladimir Putin. Andando oltre gli schieramenti e le parti in conflitto (tra cui l’Italia) si vuole sottolineare come simili progetti rischino di peggiorare la situazione, anziché migliorarla. Sarebbe prima opportuno stabilire quali norme giuridiche si applicano, chi sono i giudici preposti a dirimere la controversia, quali le sanzioni applicabili e molte altre questioni assolutamente non marginali rispetto al problema qui sollevato. 

Chi garantisce l’imparzialità e la terzietà del Tribunale? La condizione prospettata dal Presidente Von Der Leyen pare nascondere una volontà punitiva e soprattutto politica, non certo improntata alla giustizia. Se il nemico viene considerato un criminale comune, allora la logica conseguenza del conflitto sarà un processo politico, non una tregua oppure una trattativa di pace. L’esatto opposto di quanto gli Stati sovrani europei – fino alla Prima guerra mondiale (1914) – erano riusciti a realizzare dopo le terribili guerre religiose di annientamento medievali: “non abolire, non bandire dal mondo la guerra, ma cercare di limitarla, di porre dei confini alla violenza organizzata” (Stefano Pietropaoli).

“A questo proposito è necessario ricordare ripetutamente due verità: primo, che il diritto internazionale ha anzitutto il compito di impedire la guerra di annientamento, ovvero di limitare la guerra quando essa sia inevitabile, e, in secondo luogo, che una negazione giuridica della guerra, senza una sua effettiva limitazione, ha come unico risultato quello di dare vita a nuovi tipi di guerra, verosimilmente peggiori, e di portare a ricadute nella guerra civile o ad altre forme di guerra di annientamento”. (Carl Schmitt. Il Nomos della Terra. Adelphi, p.315).

Franz Lorenzini

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