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Made in Italy

L’Italia è così piena di opere d’arte e così poco rese note al pubblico che, a volte, dimentichiamo che si tratta del paese – artisticamente parlando – più bello al mondo.

Mi è capitato, di recente, di dover andare a Prato ed aver scoperto un gioiello a me sconosciuto.

Non che avessi voglia di visitare la città – essendo in convalescenza – ma nell’attesa di una visita di controllo ho fatto una capatina nel centro storico.

Rimanendone sorpresa.

Si raggiunge ogni zona di Prato con i bus pubblici, che passano abbastanza in orario e per i quali i controlli funzionano bene. Il centro città è raccolto, si gira a piedi e consente di ammirare una grande piazza al centro della quale si staglia il duomo.

La cattedrale di Santo Stefano non mi ha impressionata tanto per la facciata esterna, né per l’interno. Salvo poi scoprire cosa davvero custodisce.

Un gentile signore, dalla grandiosa ed indiscussa sagacia toscana, mi ha consigliato di visitare il museo e, poi, di accedere alla zona nella quale troneggiano gli affreschi di Filippo Lippi. Mi ha spiegato, infatti, che il pulpito esterno, costruito da Michelozzo e decorato da Donatello è, in realtà, una copia.

L’originale è invece custodito all’interno del museo dell’Opera del Duomo di Prato, adiacente il duomo nel quale è possibile ammirare l’opera, costruita nel 1434-1438, sulla quale si intreccia, con gentile maestria, una danza di angeli, ispirati ai putti dei sarcofagi romani.

Stupefacente è poi la Capsella della sacra Cintola, prezioso scrigno di rame, osso e corno, tanto minuta quanto incredibilmente piena di dettagli di genio.

Altrettanto lo è la cappella di Santo Stefano, realizzata sotto la sacrestia della cattedrale che fu l’antica sede della Compagnia dei Battuti di Santo Stefano, una confraternita dedita al mutuo soccorso ed alle opere di carità, sorta dopo la peste nera del 1348. La vista delle volte a crociera ribassate ridipinte a tempera, che conservano la decorazione trecentesca, e degli affreschi, di cui resta la parte bassa delle pareti e l’Agnus Dei, introduce ad un angolo di pace che porta al chiostro romanico per poi proseguire verso l’ Anquarium, zona di sepolture e resti scultorei rinvenuti grazie a scavi condotti intorno al 1970.

Capolavoro assoluto è la tavola con le Esequie di san Girolamo, dipinta per la cattedrale intorno al 1453 ed il cui restauro è frutto del certosino lavoro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze eseguito tra il 2005 ed il 2009 che ha impedito il distacco di numerose zone di colore e, a contrario, consentito il consolidamento degli strati preparatori ed una delicata pulitura.

E poi, lasciata l’area museale e facendo ingresso in cattedrale, come non rimanere stupefatti dalle pareti della cappella maggiore affrescate di Filippo Lippi. Monumentali, eteree, impalpabili tanto da risultare eteree ma anche profondamente concrete, meritano la visita e suggeriscono approfondimenti.

Così, questa visita incidentale diventa in realtà uno spiraglio di bellezza in una giornata di attese.

Chissà quanti tesori ancora non conosciamo per via di una (in)colpevole esterofilia.

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Pubblicato da frapitrone

Dopo aver studiato tanto - e concluso molto poco - alla tenera età di 46 anni ho cambiato lavoro ma mantenuto la stessa propensione alla polemica e al senso critico. In direzione contraria al pensiero comune da sempre, sono andata a letto presto in tutti questi anni. Ossessionata dal cinema, il cibo e i viaggi passerei l'esistenza dedita al giardinaggio, possibilmente su un aereo con destinazione Filippine. Invece mi ritrovo in Sicilia, che non smetto di amare e dalla quale ostinatamente non mi distacco. Forse mi deciderò a conseguire la laurea anche in Scienze Politiche. Spero sempre nel futuro migliore, sapendo bene che non arriverà. Piango e rido nel medesimo istante: sono un ossimoro vivente

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