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Il Conservatore è innanzitutto un rivoluzionario

Il Conservatore è un dominio, un blog, una persona, un politico o un intellettuale. Può essere tutto questo insieme.

Non abbiamo la presunzione di avere la risposta e neanche di fare la domanda opportuna ma, in questo spazio, puntiamo a dibattere sulle grandi tematiche del mondo conservatore, dalla vision politica all’eredità storica fino alle issues pensate su questo particolare frame politico.

Essere conservatori oggi vale sia nella vita personale come stile ma può anche essere trasposto su un retro-pensiero di matrice intellettuale, anti-conformista e purista nel genus. In tempi dove tutto è dettato dall’iper-liberismo, qualcosa da conservare si trova ancora. Suona come una domanda ma non lo è. Non somiglia neanche a una risposta. In mezzo, ci siamo noi.

Santi Cautela

Fondatore de Il Conservatore.it

Bonaccini o Schlein, il Pd è già morto

Il 19 febbraio 2023 si eleggerà la guida della segreteria nazionale del Partito Democratico, che prenderà il posto di Enrico Letta. Come ormai noto, a contendersi la poltrona da segretario dem ci saranno certamente l’ex ministro delle infrastrutture e dei trasporti Paola De Micheli, il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini e l’ex vice di Bonaccini e ora deputato del Pd Elly Schlein. Invero, più che una corsa a tre sembrerebbe essere una sfida a due Bonaccini-Schlein, con la De Micheli che non pare impensierire i due ex colleghi della giunta emiliano romagnola.

Quella che si preannuncia per la corsa alla segreteria del Pd è una sfida all’ultimo voto, con Stefano Bonaccini che, forte del sostegno del sindaco di Firenze Dario Nardella, appare in leggero vantaggio sulla Schlein. Il governatore dell’Emilia Romagna può contare inoltre sul supporto del governatore della Regione Toscana Eugenio Giani, del leader di Base Riformista Lorenzo Guerini e dei renziani. Elly Schlein avrebbe invece dalla sua il sostegno di Goffredo Bettini, dell’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando e del leader di AriaDem Dario Franceschini. 

Ciò che si profila, sembra dunque una sfida tra la corrente più riformista e moderata da una parte, e la corrente più radicale dall’altra. Purtuttavia, comunque andrà a finire la partita per la successione di Letta alla segreteria dem, per il Partito Democratico non si profila nulla di buono. Anzi, tutt’altro. Con tutta probabilità i dem ne usciranno con le ossa rotte.

Perché, se da una parte una vittoria del tandem renziano Bonaccini-Nardella metterebbe di fatto il partito sotto la sfera d’influenza di Matteo Renzi, dall’altra, se avesse la meglio Elly Schlein, il rischio (neanche troppo remoto) sarebbe quello di una scissione. Difficilmente, infatti, la componente riformista del partito accetterebbe di buon grado la segreteria Schlein e un ulteriore avvicinamento alle posizioni di Giuseppe Conte e del Movimento Cinque Stelle. E in quel caso, è facile immaginare che una folta pattuglia di dem possa traslocare armi e bagagli verso il terzo polo (scenario peraltro già prospettato nei giorni scorsi dallo stesso Matteo Renzi).

Morire renziani o morire grillini? Questo è il dilemma dei dem. Ad ogni modo, a prescindere da quello che sarà il nome del nuovo segretario, chi uscirà sconfitto da queste primarie sarà certamente il Pd. 

SALVATORE DI BARTOLO

Pierangelo Bertoli, come un sole improvviso in un giorno d’ aprile

La prima puntata di “Italian Graffiti- Viaggio nel cuore e nell’anima dell’artista” è dedicata a Pierangelo Bertoli.

Un parallelismo atemporale tra la nascita e la morte. Quarant’anni e venti. Come un orologio preciso. Fermo, bloccato, prigioniero di schemi, barriere e temi che ciclicamente non si risolveranno mai. Pierangelo Bertoli è stato l’uomo delle emozioni. L’artista delle minoranze, cantore -contro i meccanismi contorti del sistema. La penna che ci ha parlato anche di isolamento, intenso anche come socialità e moralità. Degli specchietti delle allodole di una società che i media usavano furbescamente per proporre i suoi falsi miti. La terra, l’aria, il sole, e la natura deturpata. Invasa. Ma anche la rivalsa, la rivincita di chi si è visto infermo e aveva qualcosa in più degli altri. L’ardore di estere fuori da ogni ingranaggio, comunicando, tra la gente. Il linguaggio degli inizi, l’Emilia, ma anche l’uso della canzone come manifesto di partecipazione.

Nella vita di Bertoli, l’umiltà è stata il deus-ex machina. Il corpo, bloccato, anche emarginato, ha osservato, guardato, capito. La mente ha reso viva la creatività. L’ha fatta fuoco e si presa la rivincita. Le terre di Modena, sono il profumo contadino, l’amore per la fatica. E’ da quella reminiscenza agreste, che inizia la rivincita. I suoni e i versi si fanno poesia, rabbiosa, volitiva, partecipativa. Il pubblico è il suo eco. Chiaro e deciso. Dai campi, si leva ed eleva il suo inno pro-ecologista. La natura è madre, e illogicamente viene sventrata, stuprata da logiche e sentenze inumane segnate a vita con i nomi di : inquinamento, sversamento e chimica. Il dolore dell’uomo, ospite del globo, si trasforma avidamente e con enfasi in interesse economico. Da li’Bertoli inquadra, canta e denuncia. Il vile denaro è complice della desolazione, dello scempio di un mondo senza più rispetto per la bellezza, dell’amore per il semplice.

Lo capisce Bertoli e si fa voce, di chi, è catalogato, messo all’angolo. Marchiato. E per giunta deriso. E si, oggi si parlerebbe di bullismo, ma all’epoca, un artista, uno scrittore, ne traeva forza, guardando chi è diverso. Perché i diversi erano gli altri. Tagliente Bertoli, un pugno allo stomaco. Non si fa prendere dalla tenerezza. Anzi. E’nudo e crudo, perchè la “diversità”va mostrata. E la sua profonda crudezza, va dichiarata. Non come pietà, ma come denuncia. E’ciò che porta Bertoli, a essere protagonista di uno spot in favore del mondo disabile. Non per esibizionismo, non per edonismo. Ma per sbattere i problemi in faccia alla gente. Un automobilista investe un disabile. E chi vuole aiutarlo rimanere incastrato in una cabina telefonica. Solamente per chiedere aiuto. Toglie il fiato, è una lama nella pancia. Duro, tosto, da togliere il fiato. E’ l’atto dimostrativo dell’illogicità dell’essere umano verso chi è solamente meno fortunato.

Nulla è scontato, nella penna e nel cuore di Bertoli. Il suo occhio così attento e partecipativo, lo rende un maestro di vita e di strada. Quel percorso, che proprio nella sua vita, lo ha portato a superare sfide e barriere. La vita, spesa in secoli, come lui decanta, è quel percorso che lo porta a non scendere mai a compromessi. Mai a patti per sminuire la propria libertà. Il mondo della musica, figlio anch’esso di logiche consumistiche, di accordi, di sotterfugi , verso la deriva. Visionario Bertoli, perché anticipa di quarant’anni ogni questione legata a contratti discografici, a major e alla svendita della propria creatività. E’li Bertoli, come un osservatore attento, ma ha sempre scelto di non incatenarsi ed etichettarsi ad ogni logica. Sempre contro ogni prostituzione artistica, musicale ed intellettuale.

La libertà, dicevamo. Sbandierata da tanti, ma praticata da pochi. Non quella utopica, ma quella reale. Sopratutto in campo musicale. Invece la spada usata da Bertoli , traccia il suo segno, ed anche la sua ferita, ma si rimane sempre liberi. Il suo sguardo è volto ad un mondo equo, solidale, e senza implicazioni. Lo fa attraversando i mezzi radiofonici, la televisione e abbracciando il suo mondo più antico, libero, espressivo: il palcoscenico di un concerto. Sceglie di legare il suo concetto in una stretta di mano artistica a luoghi, artisti e terra che emanano profumo di libertà. Come la Sardegna, terra cullata dalla voce tenera e nomade di Andrea Parodi. E’ li il suo canto geografico, umano, vero , sognatore, sempre rivolto ad un sogno più grande, alla Luna. Un appello devoto rivolto alla terra. E’ circolare la sua umanità, ma anche la sua musica. Nella sua vita, ha scelto di liberare l’immagine di disabilità e liberarla ad ogni disabile. L’ha rivalutata, riscritta e relativizzata, in parole e versi libertari. La personalità, l’uomo artista-libero, vince su ogni limite e ogni disumana condizione. Questo è stato il suo testamento umile. Impresso nelle parole. Di chi può sembrare apparentemente svantaggiato, ma avrà sempre più fiato perché è un anima libera.

Sergio Cimmino

Colpo di scena: Di Maio nel Golfo potrebbe clamorosamente saltare

Potrebbe clamorosamente saltare la nomina di Luigi Di Maio come rappresentante Ue nel Golfo Persico. Il curriculum dell’ex ministro degli Esteri, sarebbe infatti completamente inadeguato rispetto al ruolo che dovrebbe andare a ricoprire, e sembrerebbe non convincere nessuno, né in patria né all’estero. 

Alla levata di scudi in Italia alla notizia della sua probabile nomina, sono seguiti i dubbi sollevati da Bruxelles, senza contare poi gli sfottò dei francesi. Appena qualche giorno fa, infatti, Le Figarò faceva notare come l’inglese dell’ex titolare della Farnesina sia da principianti, e che per quel ruolo sia invece necessario un inglese avanzato e fluente che lui non possiede. Quasi come a voler dire: se nominate Di Maio rischiate di fare l’ennesima figuraccia. 

Anche il successore di Luigi Di Maio alla Farnesina, Antonio Tajani, ha prontamente voluto chiarire che la proposta di nomina al Golfo dell’ex capo politico dei Cinque Stelle non é espressione del governo in carica, bensì di quello precedente. Insomma, Tajani mette le mani avanti per esonerare l’attuale esecutivo da ogni responsabilità legata all’operato di Di Maio in sede Ue. 

Ma non è tutto, perché in queste ultime ore starebbe iniziando a circolare un nuovo nome per l’incarico nel Golfo. L’esecutivo di centrodestra starebbe infatti ragionando sulla possibilità di presentare un’altra candidatura alternativa a Luigi Di Maio: quella dell’ex ministro della Transizione Ecologica del governo Draghi Roberto Cingolani. Dalla sua, Cingolani possiede un inglese perfetto, una laurea in Fisica, un importante background proprio sulle tematiche energetiche e, soprattutto, gode della stima e del rispetto della comunità internazionale. Non da ultimo, l’ex ministro della Transizione Ecologica vanta degli ottimi rapporti con Giorgia Meloni. 

Alla luce di quanto detto, sembrerebbe proprio che il matrimonio Di Maio-Ue non s’abbia da fare. Con buona pace di quel Mario Draghi, testimone d’eccezione dell’ex ministro degli Esteri, che potrebbe vedere il suo figlioccio clamorosamente mollato sull’altare. 

SALVATORE DI BARTOLO

Ischia, rivelazione bomba di Rixi su Di Maio

Dopo le clamorose rivelazioni dell’ex senatore pentastellato Gregorio De Falco, emergono nuovi importanti retroscena sul caso del condono di Ischia che rischiano seriamente di inguaiare il Movimento Cinque Stelle. A parlare questa volta è il vice ministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi, all’epoca dei fatti sottosegretario sempre al Mit.  “Noi avevamo la necessità di fare il decreto Genova e all’ultimo momento il M5S ha chiesto di inserire il condono di Ischia. Ci fu una fortissima pressione dei Cinque Stelle. E per fare il decreto sul ponte abbiamo dovuto accettare quella parte”, rivela Rixi. 

Il vice ministro leghista ammette inoltre di avere avuto sin da subito molte perplessità sulla norma relativa ad Ischia, precisando altresì le ragioni che portarono il suo partito a votare quel provvedimento: “Come in tutti i governi si va a mediare. Io ero abbastanza perplesso sull’inserire quella norma. Non perché non ci fossero temi che andassero effettivamente approfonditi. Ci sono milioni di edifici in Italia che sono in sospeso tra l’essere definiti conformi alle norme o abusivi, per i procedimenti bloccati negli uffici. Ma erano due temi scollegati, il ponte e il condono”

Secondo quanto affermato da Rixi, la Lega dovette dunque cedere alle pressioni pentastellate su Ischia per poter accelerare i tempi sul decreto Genova. Ma chi fu esattamente ad esercitare tali pressioni sul suo partito? “Tecnicamente fu Vito Crimi a seguire il provvedimento, da sottosegretario a Palazzo Chigi. Ma si spese soprattutto Luigi Di Maio, ponendola come condizione”. 

Se Gregorio De Falco aveva puntato il dito contro l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Edoardo Rixi imputa invece le responsabilità a Luigi Di Maio, all’epoca vice premier e capo politico del Movimento, reo – secondo il leghista – di aver voluto a tutti i costi l’inserimento del condono di Ischia nel decreto sul ponte: “Di Maio in sostanza disse: o così o non votiamo il decreto Genova”.

SALVATORE DI BARTOLO

Ischia, clamorosa rivelazione di De Falco su Conte

Clamorosa rivelazione di Gregorio De Falco. Nel corso di  un’intervista rilasciata all’agenzia Adnkronos, l’ex senatore grillino commentando i tragici fatti di Ischia rivela: “Il mio no al condono mi costò l’espulsione dal Movimento 5 Stelle”. 

Le affermazioni di De Falco lasciano poco spazio alle interpretazioni personali, e suonano come una vera e propria accusa rivolta all’allora premier Giuseppe Conte, reo di aver approvato un condono mascherato che non ha fatto altro che peggiorare l’abusivismo edilizio sull’isola. La norma cui l’ex senatore pentastellato fa riferimento è quella contenuta nel decreto Genova. All’articolo 25, riguardante l’isola di Ischia, si legge infatti: “definizione delle procedure di condono”. 

Giuseppe Conte nega categoricamente si sia trattato di un condono, ma a tal proposito Gregorio De Falco puntualizza: “Conte sa benissimo che è un vero e proprio condono ex novo che richiama il condono del 1985. In diritto esiste un principio, tempus regit actum, il professor Conte non può non saperlo. Il condono del 2018 doveva essere disciplinato dalle norme del 2018. Se fosse vero quello che dice Conte, sarebbe bastato un atto amministrativo e un modellino unificato”. 

All’epoca dei fatti l’ex senatore grillino si era scagliato pesantemente contro quella norma “blindata” dai Cinque Stelle. Un’opposizione che gli sarebbe poi costata la cacciata dal Movimento. “Mi fu contestato il no al decreto Salvini, ma certamente – rivela De Falco – il decreto Genova fu la goccia che fece traboccare il vaso a metà novembre 2018. Contestai i 12 articoli che riguardavano il condono a Ischia. Mi fu risposto che non si potevano presentare emendamenti e che il condono si sarebbe fatto. Il senatore Santangelo, allora sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, disse che era stato deciso così”.     

Gregorio De Falco in Commissione provò anche a bloccare la norma sul condono:Avevo predisposto un emendamento che prevedeva di tagliare le ultime parole dell’articolo 25 laddove si faceva riferimento alla legge 47 del 1985. In Commissione “fu messo ai voti l’emendamento presentato dalla senatrice forzista Urania Papatheu, identico al mio. Il governo fu battuto e quell’emendamento passò. Immediatamente si auto-sospesero quattro senatori campani di Forza Italia. Il giorno seguente in Aula Fi, dopo un travaglio interno, tornò amilitare’ a favore dei condoni e quindi votò contro il ‘proprio’ emendamento a firma Papatheu. Insieme a Fi votarono la Lega e Movimento 5 Stelle”.

Tutto il M5s difese quella norma, eccetto me e le senatrici Nugnes e Fattori – prosegue De Falco. Il Movimento si muoveva come una testuggine, secondo un’espressione evocata all’epoca da Luigi Di Maio. Il voto su Ischia contribuì alla mia espulsione. A certificarlo fu il Movimento stesso nelle motivazioni che accompagnarono il mio provvedimento disciplinare. Su quel condono Conte all’epoca nulla ebbe da eccepire”, afferma l’ex senatore pentastellato togliendosi qualche sassolino dalle scarpe.

Gregorio De Falco punta dunque il dito contro Giuseppe Conte e il Movimento Cinque Stelle, “corresponsabili” del disastro secondo il punto di vista dell’ex senatore, che conclude: “Il disastro di Ischia grava sulle spalle di tanti soggetti e il governo Conte I è sicuramente corresponsabile”.

SALVATORE DI BARTOLO

La bomba l’avete costruita voi

Raspail continua ad aver ragione dopo quarant’anni. La perfetta espressione della caducità dell’accozzaglia definibile come Unione Europea ha un’identità ben precisa: Paolo Gentiloni. È bastato poco affinché il presidente del Partito Democratico esplicasse quella che si può definire come una volontà ben precisa, ovvero l’annientamento dell’Europa così come noi la intendiamo.

I fatti di Bruxelles e Amsterdam hanno un denominatore comune: lo scontro tra civiltà, nel quale gli europei sono vittime e in minoranza e le comunità radicali islamiche spadroneggiano dopo una vittoria in una partita dei beceri mondiali in Qatar. I centri delle capitali sono stati messi a ferro e fuoco da bande di rivoltosi che hanno utilizzato un pretesto per compiere una dimostrazione di forza.

La risposta della minoranza europea non è mancata. Bandiere bruciate, scontri e una vera e propria risposta violenta per arginare la devastazione. Gentiloni, l’inutile rappresentante italiano in seno all’Unione ha così commentato: “Il calcio fa da detonatore”. D’accordo, ma ogni detonatore ha la sua bomba. E l’avete costruita voi con politiche migratorie atte a compiere sporchi affari con organizzazioni torbide.

“In Europa tutta la questione ruota intorno all’immigrazione, ed è un problema mondiale ormai, questa specie di Campo dei Santi globale”.

“Meglio morire che andare a scuola”, l’episodio di Treviso dimostra che sui bulli ha ragione Valditara

Meglio morire che andare a scuola” è quanto avrebbe detto ai genitori con gli occhi gonfi di lacrime un undicenne di Treviso dopo l’ennesimo episodio di bullismo subito da alcuni compagni di scuola. Da mesi il ragazzino era vittima della furia dei bulli. Botte e insulti, pestaggi e soprusi, andati avanti per oltre un anno e rigorosamente filmati col cellulare per immortalare le ignobili bravate. Poi l’ultimo episodio, con una crudele richiesta da parte dei bulli: “Adesso gettati nel Piave”

Questa volta, però, l’undicenne non ha ceduto alle minacce, ed ha trovato il coraggio di raccontare ai genitori tutte le angherie subite sia all’interno degli edifici scolastici che nello scuolabus, e questi hanno prontamente presentato denuncia contro i tre adolescenti per atti di bullismo e istigazione al suicidio.
Contestualmente, la famiglia dell’undicenne ha mostrato tutte le proprie rimostranze nei confronti dell’istituto scolastico, che a detta del padre avrebbe avuto una reazione inadeguata non prendendo sul serio le minacce. Vista la deludente gestione della vicenda da parte dell’autorità scolastica ai genitori non è rimasto altro che prendere atto della situazione e ritirare il proprio figlio dalle lezioni fin quando la scuola non riuscirà a garantire la sicurezza del figlio. 

Ed è proprio questa la più grande sconfitta della scuola: costringere una famiglia a tenere a casa il proprio figlio pur di salvaguardarne l’incolumità. Dover negare il diritto allo studio di un ragazzino perché non in grado di garantire la sua sicurezza all’interno degli stessi edifici scolastici. Sentir dire ad un undicenne che preferisce morire piuttosto che frequentare le lezioni. E allora, come non dare ragione al ministro Valditara quando sostiene che sono necessari degli interventi per punire i bulli e limitare gli episodi di bullismo?

La scuola è un’autorità, e in quanto tale non può e non deve permettersi di mostrarsi completamente inerme dinanzi a simili episodi. Mettere la testa sotto la sabbia non è soluzione, e di certo non fa nè il bene delle vittime né quello dei carnefici. In casi come questi dei provvedimenti vanno inevitabilmente presi. Con buona pace dei buonisti.

SALVATORE DI BARTOLO

Ecco chi c’è dietro gli studenti del ‘No Meloni day’

Mentre il segretario della Cgil Maurizio Landini partecipa ai tavoli tecnici con il governo per discutere di lavoro, tasse e pensioni, il suo sindacato si muove nell’ombra per fomentare i giovani contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Si, proprio così. Secondo le indiscrezioni riportate dal Giornale, sarebbe stata la Cgil a chiedere ai giovani manifestanti di scendere in piazza per protestare contro Giorgia Meloni e il suo governo attraverso l’invio di mail spedite sugli indirizzi personali degli studenti dell’Università degli Studi di Firenze. 

In totale sarebbero stati ben 53mila gli studenti contattati dalla Cgil, tutti iscritti all’Università di Firenze. Ai giovani sarebbe stata recapitata una mail avente come oggetto: “Mobilitazione studentesca 18 novembre: I precari università a fianco degli studenti.” Il testo della mail reciterebbe invece: “A Firenze appuntamento alle ore 9 al presidio sotto la sede della Regione Toscana in Piazza Duomo, 10”, e proseguirebbe con alcune critiche rivolte ai neo ministri di centrodestra Bernini e Valditara. 

Il tutto, in preparazione del ‘No Meloni day’, la manifestazione studentesca di contestazione al presidente del Consiglio ed all’esecutivo da lei presieduto, svoltasi lo scorso 18 novembre nelle principali città italiane, seppur con risultati tutt’altro che incoraggianti in termini di partecipazione. E c’è di più: Firenze non sarebbe l’unica città interessata. Sembrerebbe, infatti, che le mail di mobilitazione siano state recapitate anche a studenti di altre città italiane, sempre utilizzando indirizzi personali. “Ci sono arrivate segnalazioni anche da Siena e da Padova”, denuncia Nicola D’Ambrosio, presidente di Azione Universitaria

Ciò detto, una serie di interrogativi sorgono spontanei: come ha fatto la Cgil ad entrare in possesso degli indirizzi mail personali degli studenti? Non si è trattata di una palese violazione della privacy? Ed ancora, è eticamente corretto che un sindacato fomenti dei ragazzi a manifestare contro il governo nello stesso momento in cui partecipa ai tavoli tecnici con i rappresentanti dell’esecutivo? 

A chiarire il tutto ci penserà Maurizio Landini (si spera). Nel frattempo, in attesa che il segretario della Cgil si decida a fornire le dovute spiegazioni, Fratelli d’Italia annuncia la presentazione di un’interrogazione parlamentare per far luce sulla vicenda. Forza Italia, invece, chiede l’intervento del Garante della privacy al fine di tutelare il diritto alla riservatezza dei dati sensibili degli studenti palesemente violato dalla condotta a dir poco ambigua della Cgil. 

SALVATORE DI BARTOLO

Onore al merito, onore a Beatrice Venezi

Le sue posizioni, notoriamente fuori dal coro, l’hanno spesso resa bersaglio di attacchi più o meno diretti piovuti dalla sinistra del politicamente corretto. Era persino finita nel mirino delle femministe, Laura Boldrini in testa, per aver chiesto di essere chiamata “direttore” anziché “direttrice”, precedendo di fatto Giorgia Meloni nella scelta di declinare al maschile il suo ruolo. Proprio in occasione della nomina a presidente del Consiglio della leader di Fratelli d’Italia, aveva convintamente esultato, commentando: “Meloni che ha rotto il soffitto di cristallo è una questione socio culturale che ha a che vedere con la politica nel senso più nobile del termine. È una novità che sicuramente avrà ricadute positive: non c’è niente di più potente dell’esempio.”

Le critiche e i boicottaggi del mondo progressista non hanno mai scoraggiato Beatrice Venezi, che con i suoi 32 anni è uno dei più giovani e talentuosi direttori d’orchestra al mondo. Attualmente direttore artistico di Taormina Arte, la Venezi ha già lavorato come direttore d’orchestra di Buckingham Palace in occasione del Giubileo della Regina, dell’Orchestra filarmonica di Nagoya, dell’Opéra di Metz e dell’Orchestra da Camera Milano classica. Forbes Italia l’ha inserita nell’elenco dei possibili 100 leader del futuro. Con ‘L’ora della musica’, la sua terza pubblicazione, è al vertice delle classifiche dei saggi più venduti. A coronamento di una straordinaria carriera (a dispetto della giovane età), adesso per Beatrice Venezi arriva anche una meritato incarico istituzionale: il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, l’ha infatti nominata sua consigliere per la musica. Nell’ambito del nuovo incarico che andrà a ricoprire, la Venezi andrà a collaborare con gli uffici del ministro Sangiuliano, con il Segretariato generale e con la Direzione generale Spettacolo. 

Un gran bel colpo per il ministro Sangiuliano e per il governo di centrodestra, che con la nomina di Beatrice Venezi lanciano un chiaro messaggio volto a ribadire la ferma volontà dell’esecutivo di voler premiare il merito. Proprio a proposito di merito, e della decisione di Giorgia Meloni di cambiare la denominazione del dicastero dell’Istruzione modificandolo in “ministero dell’Istruzione e del Merito”, la Venezi aveva dichiarato: “Se l’Italia si basasse sul merito sarebbe una delle prime potenze mondiali.” Onore al merito, dunque. E onore a Beatrice Venezi. 

SALVATORE DI BARTOLO

Made in Italy

L’Italia è così piena di opere d’arte e così poco rese note al pubblico che, a volte, dimentichiamo che si tratta del paese – artisticamente parlando – più bello al mondo.

Mi è capitato, di recente, di dover andare a Prato ed aver scoperto un gioiello a me sconosciuto.

Non che avessi voglia di visitare la città – essendo in convalescenza – ma nell’attesa di una visita di controllo ho fatto una capatina nel centro storico.

Rimanendone sorpresa.

Si raggiunge ogni zona di Prato con i bus pubblici, che passano abbastanza in orario e per i quali i controlli funzionano bene. Il centro città è raccolto, si gira a piedi e consente di ammirare una grande piazza al centro della quale si staglia il duomo.

La cattedrale di Santo Stefano non mi ha impressionata tanto per la facciata esterna, né per l’interno. Salvo poi scoprire cosa davvero custodisce.

Un gentile signore, dalla grandiosa ed indiscussa sagacia toscana, mi ha consigliato di visitare il museo e, poi, di accedere alla zona nella quale troneggiano gli affreschi di Filippo Lippi. Mi ha spiegato, infatti, che il pulpito esterno, costruito da Michelozzo e decorato da Donatello è, in realtà, una copia.

L’originale è invece custodito all’interno del museo dell’Opera del Duomo di Prato, adiacente il duomo nel quale è possibile ammirare l’opera, costruita nel 1434-1438, sulla quale si intreccia, con gentile maestria, una danza di angeli, ispirati ai putti dei sarcofagi romani.

Stupefacente è poi la Capsella della sacra Cintola, prezioso scrigno di rame, osso e corno, tanto minuta quanto incredibilmente piena di dettagli di genio.

Altrettanto lo è la cappella di Santo Stefano, realizzata sotto la sacrestia della cattedrale che fu l’antica sede della Compagnia dei Battuti di Santo Stefano, una confraternita dedita al mutuo soccorso ed alle opere di carità, sorta dopo la peste nera del 1348. La vista delle volte a crociera ribassate ridipinte a tempera, che conservano la decorazione trecentesca, e degli affreschi, di cui resta la parte bassa delle pareti e l’Agnus Dei, introduce ad un angolo di pace che porta al chiostro romanico per poi proseguire verso l’ Anquarium, zona di sepolture e resti scultorei rinvenuti grazie a scavi condotti intorno al 1970.

Capolavoro assoluto è la tavola con le Esequie di san Girolamo, dipinta per la cattedrale intorno al 1453 ed il cui restauro è frutto del certosino lavoro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze eseguito tra il 2005 ed il 2009 che ha impedito il distacco di numerose zone di colore e, a contrario, consentito il consolidamento degli strati preparatori ed una delicata pulitura.

E poi, lasciata l’area museale e facendo ingresso in cattedrale, come non rimanere stupefatti dalle pareti della cappella maggiore affrescate di Filippo Lippi. Monumentali, eteree, impalpabili tanto da risultare eteree ma anche profondamente concrete, meritano la visita e suggeriscono approfondimenti.

Così, questa visita incidentale diventa in realtà uno spiraglio di bellezza in una giornata di attese.

Chissà quanti tesori ancora non conosciamo per via di una (in)colpevole esterofilia.